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Intervista ad Andrea Mandelli

mandelli piccolaFarmacista figlio di farmacisti, è il vicepresidente della Federazione nazionale degli Ordini, con delega per le attività di comunicazione della FOFI.
Il suo ruolo lo rende un interlocutore ideale per affrontare un tema cruciale nelle dinamiche del farmaco generico: la percezione che ne ha il cittadino-paziente.

Dottor Mandelli, qual è a suo avviso, oggi, l'atteggiamento del pubblico nei confronti degli equivalenti?
Premesso che non ho la pretesa di fornire dati scientifici, su questo tema mi sento di offrire una riflessione ragionata, e spero ragionevole, che è il frutto dell'esercizio professionale quotidiano, incrociata con i non molti dati disponibili. La prima conclusione è che dall'introduzione dei generici, nel 2001, a oggi è aumentata quantomeno l'informazione del paziente: oggi, come riporta un indagine del Movimento consumatori, il 73% delle persone intervistate definisce correttamente il farmaco generico, solo il 12% lo confonde con gli OTC e i SOP, mentre l'8% ritiene che siano i medicinali che il farmacista consiglia sulla base della spiegazione dei sintomi accusati dal paziente. Erano errori comuni nel 2001, quando la FOFI e Federfarma condussero le prime rilevazioni.
  
Quindi la situazione è migliorata...
Sì: basta considerare che nel 2001 solo il 30% dei cittadini sapeva esattamente che cosa fosse un generico ma, d'altra parte, si potrebbe dire che malgrado questi sei anni di presenza c'è ancora un 27% di italiani che non ha afferrato il dato fondamentale. Però io credo che la difficoltà non risieda soltanto qui, e che il dato numerico non sempre restituisca la complessità della situazione reale. Il fatto che tre quarti della popolazione oggi conosca i generici non significa che li utilizzi o che se ne fidi completamente. Sono evidenti sacche di diffidenza verso questi prodotti, come peraltro attesta il semplice dato che, tra i farmaci senza obbligo di ricetta, cioè quando il cittadino sceglie direttamente, il generico proprio non riesce a decollare.
  
E come lo spiega?
Bisogna partire dall'impatto emozionale dei generici sui consumatori, considerare che il farmaco è un prodotto esistenziale, al quale sono sempre strettamente connessi anche fattori psicologici, come provano per esempio le numerose ricerche condotte sul sull'effetto placebo. Insomma, oltre al principio attivo e agli eccipienti, nel farmaco c'è anche un contenuto  immateriale fatto della fiducia che il paziente ripone nell'efficacia e nella sicurezza del prodotto che sta assumendo. È del tutto naturale, dunque, che una "medicina diversa" da quella abituale, oltretutto non di marca possa destare le perplessità del paziente e ridurne notevolmente l'adesione alla terapia. Credo che all'origine della resistenza di molti verso il farmaco equivalente vi sia proprio questo meccanismo che a sua volta è originato, almeno in parte, dalla repentinità con la quale i generici sono stati introdotti in Italia, senza l'adeguato supporto di informazione e sensibilizzazione di cui avrebbero invece avuto bisogno.
  
È possibile distinguere una serie di atteggiamenti prevalenti nel pubblico?
Sulla base delle mie esperienze dirette, che sono confortate peraltro da quelle dei moltissimi colleghi con cui mi confronto, posso dire che vi sono due grandi tipologie di utenti. I primi sono quelli che rifiutano la sostituzione spinti dalle motivazioni più varie, che molto spesso hanno a che fare con la gravità e la durata della malattia. Vi sono poi coloro che accettano quando non chiedono addirittura il generico, principalmente per una ragione di risparmio. Fortunatamente, però, mi sembra di registrare un aumento lento ma costante delle motivazioni di altra natura, come la convinzione della qualità e dell'efficacia dei farmaci equivalenti. Al fondo, però, mancano ancora in Italia rilevazioni specificamente dedicate a misurare se e in quale misura il farmaco generico venga percepito come meno efficace e affidabile rispetto all'originatore, soprattutto, se il risparmio economico sia una molla sufficiente a superare riserve e resistenze. In Spagna, per esempio, un'indagine mirata ha permesso di concludere che la popolazione riluttante alla sostituzione, il 13% circa, è costituita prevalentemente di anziani  pensionati che continuano a ignorare che cosa sia il farmaco equivalente. In Germania, invece, il 30% circa della popolazione che mostra diffidenza verso il generico lo fa perché lo ritiene soltanto uno strumento per risolvere le difficoltà finanziarie della sanità tedesca, a scapito della salute dei cittadini. Del resto, quest'ultimo è un argomento che ascolto spesso al bancone della mia farmacia, quando provo a convincere un paziente riluttante ad accettare il generico al posto della specialità, con vantaggio del suo portafoglio e senza rischi per la sua salute.

Domanda difficile: che cosa fare?
Nonostante gli innegabili passi in avanti, credo che resti ancora tanta strada da fare. So di non dire nulla di nuovo, ma la possibilità di eliminare il residuo clima di sfiducia nei confronti del farmaco generico è direttamente proporzionale alla quantità e alla qualità dell'impegno nella corretta informazione dei cittadini. E mi permetto di dire che su questo terreno forse non è stato fatto tutto il possibile, a partire dalle istituzioni: mi chiedo perché mai il generico non sia stato supportato da campagne televisive intensive, come quelle dedicate alla prevenzione degli incidenti del sabato sera o al ruolo della guardia costiera. Per il resto, è ovvio, resta fondamentale il ruolo di medici e farmacisti. Io posso parlare solo per questi ultimi, che nella necessità di un'informazione adeguata, trasparente, continua ci credono, perché è anche attraverso i generici che passa la strada dell'affermazione della loro professionalità di esperti del farmaco, capaci di informare, spiegare, rassicurare e orientare.

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