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Equivalenti davvero, ma ancora pochi lo sanno


I farmaci generici, o meglio gli equivalenti, cominciano a prendere piede anche da noi, ma ancora sussistono lacune d'informazione e reticenze. L'attuale crescita di consumi non ci pone ancora a livello di altri Paesi europei dove gli equivalenti hanno raggiunto, senza dubbio, una maggiore diffusione. Probabilmente gli italiani sono scarsamente informati sugli equivalenti e anche i medici sono ancora reticenti nelle prescrizioni. In proposito l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha organizzato nel marzo 2008 un workshop per stimolare un confronto tra gli addetti ai lavori (industrie farmaceutiche, farmacisti e medici) e rimuovere gli impedimenti alla diffusione degli equivalenti in Italia.
Di fatto, alcuni mettono ancora in dubbio la bioequivalenza dei farmaci generici rispetto al prodotto di riferimento. Altri confondono, erroneamente, il termine bioequivalente con il termine biosimilare. In pratica, i problemi in merito sono molti e diversi. Ma sopratutto, ci si chiede chi dovrebbe farsi carico di dare risposte chiare e fondate a tutte queste domande. Risposte che possano arrivare in maniera diretta anche alla popolazione.
Ecco, in sintesi, come Silvio Garattini, direttore del Mario Negri di Milano, interviene sulle resistenze culturali verso il farmaco equivalente e sul problema delle politiche di incentivazione per lo sviluppo nel settore off-patent.
 
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Alcuni sostengono che tra il farmaco equivalente e quello di riferimento (originale) non vi sia bioequivalenza, ma come spiega il prof. Garattini la bioequivalenza è una prova obbligatoria e i risultati si riferiscono allo stesso gruppo di soggetti utilizzato per la prova sul farmaco di riferimento. Potrebbe esservi qualche differenza nelle risposte, che però è del tutto soggettiva. A tal proposito è importante sapere che le concentrazioni di un farmaco possono essere diverse nel sangue poiché l'assorbimento del farmaco è soggettivo.

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La presenza degli equivalenti "dà fastidio" anche per questioni di mercato. Esistono ovviamente delle reticenze da parte dell'industria che vede un calo del suo volume d'affari e da parte del farmacista che riceve una quota inferiore di rimborso da parte del SSN.

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E ancora - riprende Garattini - da parte del cittadino esiste una scarsa cultura sulla purezza del farmaco equivalente che, invece, deve essere assolutamente e chimicamente purissimo per essere definito tale. Il cittadino pensa, sbagliando, che un farmaco più costoso sia più "buono".

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Inoltre, alcuni ritengono che il farmaco costi meno perché la materia prima per la preparazione viene fornita da Paesi terzi sottosviluppati e che quindi il farmaco equivalente sia meno buono. Ma anche in questo caso si sbaglia, poiché spesso è proprio la stessa industria produttrice del farmaco di riferimento a produrre anche il generico.

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Si fa confusione anche tra il termine bioequivalente e il termine biosimilare. Anche questo è un grosso errore di base in quanto la bioequivalenza - spiega Garattini - si riferisce alle caratteristiche del prodotto di sintesi ed è correlata alla chimica di base del prodotto, mentre la biosimilarità si riferisce a tecniche biotecnologiche e quindi alle caratteristiche del soggetto che assume il farmaco e riguarda il DNA.

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Infine - conclude Garattini - la disponibilità nel nostro Paese di farmaci equivalenti è sicuramente inferiore rispetto a quanto avviene negli altri stati europei perché alcuni provvedimenti legislativi hanno ritardato, solo in Italia, la scadenza dei brevetti dei farmaci originali. 
 


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