Con l'avvento dei nuovi antidepressivi, come gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), il trattamento farmacologico della depressione è diventato sempre più comune, ma anche più costoso. Nel 2000, ultimo anno nel quale gli SSRI sono stati disponibili solo in forma non generica, le vendite degli antidepressivi hanno raggiunto negli Stati Uniti 10,4 miliardi di dollari, cifra più alta rispetto a qualsiasi altra categoria farmacologica. E, non a caso, nella top ten delle vendite di farmaci di quell'anno sono presenti tre antidepressivi. Peraltro non esistono evidenze che uno degli SSRI sia clinicamente superiore agli altri, ragione per cui, nella scelta della giusta terapia, il criterio del costo è "prudente, etico e ragionevole", come ha sottolineato uno studio di Jama del 2006. Poi, nel maggio del 2002, una forma generica di fluoxetina è diventata disponibile presso i centri medici dei Veteran Affairs, ad un costo pari a solo il 5% di quello iniziale. Una grande opportunità per un considerevole risparmio dei costi. La rivista Psychiatric Services ha preso in esame questa esperienza che non ha dato, però, i risultati sperati.
A partire dai dati amministrativi, l'indagine statunitense ha preso in esame le nuove prescrizioni di 15 antidepressivi nel 2001, prima cioè che fosse disponibile la fluoxetina generica, e nel 2003, dopo la sua introduzione. Nel complesso i pazienti che hanno cominciato la terapia antidepressiva sono diminuiti, mentre le prescrizioni di fluoxetina, generica e non, sono salite leggermente dall'8,3% al 9,5%. Un incremento di scarso rilievo, osservano gli autori, anche perché altri tre farmaci più costosi hanno avuto una crescita delle prescrizioni più significativa. Nonostante l'avvento della fluoxetina generica, perciò, e la possibilità di diminuire la spesa per i farmaci del 90%, le prescrizioni del principio attivo non sono aumentate in modo significativo. Se, infatti, la fluoxetina generica fosse stata sostituita nel 2003 agli altri antidepressivi, i costi prescrittivi per questo gruppo di pazienti sarebbero scesi da 3,2 milioni di dollari a 311.000 dollari. Ma il fatto più importante, rilevano gli autori, è la completa assenza di uno sforzo amministrativo e gestionale per ridurre al minimo la spesa farmaceutica; gli sforzi compiuti, cioè, sono stati esercitati solo da parte di singole realtà ospedaliere, senza un coordinamento centrale. In più, osservano gli autori, sono spesso gli stessi medici a non sostenere adeguatamente il ricorso all'equivalente. Pur tenendo conto di alcune limitazioni dello studio, concludono gli autori, i dati evidenziano come esistano opportunità non sfruttate di realizzare risparmi nel consumo di farmaci antidepressivi. Tuttavia, affinché questo genere di risparmi si realizzi, sostengono, sono necessari interventi centralizzati da parte delle amministrazioni e questi interventi non dovranno essere vissuti come intrusivi e inaccettabili per l'autonomia dei prescrittori e dei pazienti.