I medici di Medicina generale e i pediatri spagnoli tendono a prescrivere pochi farmaci generici che, a oggi, rendono conto di non più del 15% delle ricette totali. E ciò preoccupa chi deve far quadrare i conti dell'assistenza sanitaria nazionale, gravati per circa il 50% proprio dalla spesa farmaceutica. Ma da che cosa dipende questa resistenza, principale e determinante freno a un pieno e rapido sviluppo del mercato degli equivalenti nella penisola iberica?
Secondo uno studio condotto in collaborazione tra l'Università di Oviedo (Spagna) e l'Università di Warwick (Regno Unito) su 486 medici spagnoli della regione delle Asturie, i principali determinanti della scarsa prescrizione e del sottoutilizzo dei farmaci generici (comunque superiore al 10-11% registrato in Italia) sono da ricercare nella motivazione individuale, sostenuta principalmente da ragioni legate al risparmio economico e all'etica professionale, e in un insieme di fattori comprendenti l'atteggiamento individuale nei confronti degli equivalenti, la pressione sociale (in particolare, quella esplicita esercitata dalle Autorità sanitarie) e la percezione di essere dei buoni professinisti, tre parametri valutati secondo il modello ASE (Attitude, Social influence, Self-Efficacy).
Analizzando i tassi di equivalenti in ricetta per sottocategorie di medici prescrittori (età media 46,3 anni, 49,2% uomini e con circa 1.500-2.000 assistiti ciascuno), è emerso che ad avere maggior propensione a promuoverne l'uso tra i propri pazienti sono soprattutto i pediatri (OR 5,07), i medici residenti in zone rurali (OR 3,68) e quelli caratterizzati da indici di motivazione e attitudine mediamente più elevati (rispettivamente, OR 1,17 e 1,11). La ragione? Probabilmente una maggiore sensibilità al bisogno di contenere i costi delle terapie, alleviando sia la spesa individuale diretta sia quella collettiva, in definitiva comunque pagata dai cittadini attraverso le tasse.
Per migliorare la situazione i ricercatori propongono almeno tre vie, da percorrere simultaneamente: